mercoledì 5 settembre 2018

LA VICENDA SIDERURGICA DI PIOMBINO COME RACCONTATA DA REPUBBLICA

Risulta interessante mettere a confronto le scelte fatte a Piombino rispetto a quelle dello stabilimento triestino. E' bene conoscere come sono andate le cose in uno stabilimento per dimensioni e protagonisti più simile a quello di Servola.



Piombino, il valzer dei soci esteri dopo russi e algerini, l'indiano Jindal

ENNESIMO CAMBIO DI PROPRIETÀ PER L'ACCIAIERIA TOSCANA SENZA PACE DOPO LA FINE DELLA STAGIONE PUBBLICA. IL GRUPPO DI MUMBAI, SCONFITTO PER L'ILVA, PROMETTE IL RILANCIO ANCHE SE NON DÀ TROPPE ILLUSIONI: IN QUESTI GIORNI RIPARTE LA LINEA ROTAIE

Piombino 

C' è sempre stato un filo rosso che ha legato l'acciaio di Piombino all'imprenditoria straniera. Fin dalle origini. Nel 1864, per dire, è un industriale inglese, Alfred Novello, a costruire la Magona d'Italia, la fabbrica dalla quale è cominciata l'epopea della siderurgia piombinese: un altoforno a carbone di legna e un convertitore Bessemer per produrre acciaio partendo dalla ghisa. L'inizio di tutto. Poi il passaggio del testimone alla Ferriera Perseveranza che impiegava come operai 70 detenuti del carcere cittadino e da lì una storia lunga 150 approdata qualche mese fa nelle mani di Sajjan Jindal, il tycoon indiano alla guida di Jsw Steel. 


Il gruppo multinazionale uscito sconfitto nella gara per l'Ilva, che ora promette di rilanciare una volta per tutte l'azienda toscana garantendo un futuro agli oltre duemila caschi gialli rimasti attaccati con unghie e denti al loro lavoro. Anzi, da qualche anno solo alla speranza di un lavoro. Perché gli operai di Piombino dopo la lunga stagione della siderurgia pubblica con i suoi alti e bassi (memorabili i 38 giorni di sciopero nel 1992 per scongiurare la chiusura dell'altoforno), quelli della gestione della Lucchini, infine del declino, hanno conosciuto la faccia illusoria della globalizzazione: con la proprietà russa di Severstal che nel 2005 rileva la fabbrica dalla Lucchini ma nel giro di due anni riesce solo a consegnarla all'amministrazione straordinaria; poi con l'algerino Issad Rebrab che nel 2014 si presenta con un progetto da un miliardo di euro incrociando la siderurgia con il proprio core business agroindustriale, ma che in quattro anni ha non è riuscito a rimettere in moto lo stabilimento. Colpa del governo algerino che per motivi politici ha bloccato in patria i miei soldi, ha cercato di spiegare Rebrab accusando anche il sistema bancario italiano per non avergli fornito il necessario sostegno finanziario nelle fasi più delicate della gestione.

Gestione fallimentare

Sta di fatto che in questi quattro anni gli operai dell'Aferpi (così è stata ribattezzata la ex-Lucchini) sono entrati ogni giorno in fabbrica solo grazie agli ammortizzatori sociali (garantiti fino a tutto il 2018 perché Piombino è stata classificata dal governo di centrosinistra "area di crisi industriale complessa") e senza molto lavoro da svolgere perché, con l'altoforno ormai addormentato e i forni elettrici rimasti solo sulla carta dei progetti, i laminatoi si sono progressivamente fermati. 

Il fallimento di un'illusione alimentata dall'idea che anche un imprenditore non specializzato nella siderurgia potesse vincere la scommessa del rilancio di Piombino: «E pensare che Rebrab si aggiudicò l'azienda in un duello proprio con Jindal – sottolinea Carlo Mapelli, docente al Politecnico di Milano e tra i massimi esperti italiani di siderurgia - . In quell'occasione governo e enti locali decisero con criteri che sottovalutavano la competenza, ingolositi dall'offerta presentata dal gruppo algerino. 

Promesse allettanti ma poco credibili, come poi si è dimostrato ». Il "ritorno" della Jsw Steel di Jindal viene vissuto ora a Piombino come l'ultima grande occasione e la notizia della ripartenza del treno rotaie alla fine di agosto rafforza l'ottimismo.

L'ennesima ripartenza

La produzione di rotaie è lo storico core business della fabbrica e l'arrivo della prima nave da 19.600 tonnellate di semiprodotti provenienti dall'India (nel piano industriale di Jindal c'è la costruzione di tre forni elettrici, ma entro il 2024) consentirà di onorare la fornitura di rotaie alle Ferrovie dello Stato. Un segnale importante, perché Jws Steel ha anche confermato di voler partecipare alla nuova gara bandita da Rfi. «Quella tra Jindal a Piombino è una combinazione estremamente favorevole – sostiene ancora Mapelli - il vantaggio per lui e di poter finalmente contare su una base produttiva in Europa, peraltro in una posizione geografica strategica anche per la logistica di tutto il gruppo. Inoltre potrà contare su una manodopera già formata. Piombino ci guadagna oltre che sotto il profilo economico, anche sul versante ambientale, visto che Jindal ha deciso di tagliare con il passato, cioè di non riaccendere l'altoforno e di puntare sugli impianti elettrici che hanno un impatto molto minore».

L'esordio del proprietario

«Non faccio promesse straordinarie – ha detto Sajjan Jindal qualche giorno fa incontrando gli operai in un teatro di Piombino - . Vogliamo costruire una nuova acciaieria secondo le migliori tecnologie, nel rispetto delle tematiche ambientali». I sindacati per ora ci credono, tanto da accettare un compromesso: «Noi miravamo alla riaccensione dell'altoforno quale garanzia di tornare a colare acciaio, da sempre la nostra vocazione – hanno scritto in un documento unitario Fim, Fiom e Uilm - . Tuttavia, come è giusto che sia, dietro ad un imprenditore c'è sempre un'idea. Idea che abbiamo immediatamente fatta nostra ». 

Insomma, tutto fa pensare che gli abitanti del Cotone, l'ex quartiere operaio che si affaccia sulla fabbrica, nei giorni di vento non vedranno più il "polverino" volare dalle cokerie ai davanzali delle loro case. Così come l'acciaio di Piombino difficilmente vivrà una nuova stagione italiana. «Ma non credo che di fronte alle sfide della siderurgia esista un problema di inadeguatezza della nostra imprenditoria nazionale – dice Mapelli - . 

Gli industriali italiani sono ben capitalizzati, hanno solo scelto di non giocare certe partite perché conoscono bene i problemi regolatori su ciclo integrale e ambiente e perché hanno una vocazione diversa da quella dei grandi gruppi. Puntano di più sulla flessibilità che gli consente di adeguarsi meglio alle oscillazioni dei mercati dell'acciaio ».


Marco Patucchi

27 agosto 2018

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