giovedì 29 giugno 2017

AUTOREVOLE INTERVENTO SULLA QUESTIONE DELLE PERCENTUALI ALLE ELEZIONI

Certe volte in assenza di complimenti è bene costruirli in proprio. Siamo ritornati sul metodo di calcolare le percentuali elettorali quando abbiamo trovato descritto su L'ESPRESSO il metodo che abbiamo usato in diverse occasioni e spiegato sul nostro BLOG.

Abbiamo rimarcato le nostre ragioni in un articolo pubblicato sabato 24 giugno 2017 - VAI ALL'ARTICOLO -

Non vi nascondiamo la nostra sorpresa 



quando un paio di giorni dopo abbiamo trovato su LA REPUBBLICA un articolo firmato da Michele Ainis - che sicuramente meglio di noi - usava però gli stessi argomenti e gli stessi esempi che avevamo usato per illustrare le nostre ragioni.

Se la democrazia è disabitata

Alle amministrative vince la destra, perde la sinistra. Sicuro? Nessun partito può appuntarsi sul petto una medaglia, quando le liste civiche fanno la parte del leone.

E NESSUN sindaco ha di che festeggiare, se il suo municipio diventa una chiesa vuota di fedeli. Perché è esattamente questo il responso delle urne: un'onda di rigetto verso i partiti, verso i loro alfieri, che in ultimo s'esprime disertando il voto. 

Dovremmo preoccuparcene, dovrebbero farlo in primo luogo i signori di partito, anziché contare le bandierine issate sull'uno o sull'altro campanile. E in secondo luogo dovremmo offrire una risposta a questa protesta silenziosa. Altrimenti lo sciopero del voto finirà per risucchiarci in una crisi terminale della democrazia, come nel Saggio sulla lucidità di José Saramago.



D'altronde l'allarme risuonava già nelle sigle presentate agli elettori: 3939, di cui però 2902 liste civiche. Sicché a Palermo Orlando vince al primo turno, dopo aver imposto al Pd di rinunziare al proprio simbolo. A Belluno si sfidano due esponenti della società civile, con i partiti nascosti dietro l'angolo. A Parma successo d'un senzapartito (Pizzarotti). A Genova un politico di professione (Crivello) s'arrende a un manager senza esperienze politiche (Bucci). E nella Toscana di Renzi le liste civiche, già al primo turno, hanno la meglio in 25 Comuni su 33.

Ma il partito più grande è quello del non voto. All'alba della Repubblica, nel 1948, votava il 92% del corpo elettorale; invece alle politiche del 2013 si contavano 11 milioni d'astenuti. Da allora in poi non abbiamo più smesso di contare. Europee del 2014: affluenza al 58%, in calo di 8 punti rispetto alle consultazioni precedenti. Regionali del 2015: 52% di votanti, ma sotto la metà degli elettori in Toscana e nelle Marche. Infine queste comunali, dove la partecipazione complessiva si è arrestata al 46%. Un record negativo, al cui interno s'affollano altri record, altri numeri in rosso. Così, il nuovo sindaco di Genova (42% di votanti) ha ricevuto 115 mila suffragi: non lo hanno scelto, dunque, più di tre elettori su quattro. Idem a Verona, con le stesse percentuali. A Como il candidato vincente rappresenta il 18% del corpo elettorale. A Taranto ancora di meno: affluenza al 32%, per il nuovo sindaco appena il 16% dei consensi. Tombola.

Chi rappresenta cosa, ecco il problema. E quanto sia legittima una democrazia disabitata, dove qualsiasi maggioranza esprime ormai una minoranza. Giacché i sistemi democratici si fondano, per l'appunto, sulla regola di maggioranza: contano le teste, invece di tagliarle. Ma gli astenuti no, quelli non si contano, nemmeno se rappresentano la maggioranza del corpo elettorale. È un paradosso, dato che perfino un'assemblea di condominio deve raggiungere il numero legale (la metà più una delle quote) per eleggere l'amministratore. Ed è un errore, perché lascia gli astenuti fuori dalla cittadella democratica, invece d'ascoltarli, di recuperarli.

Eppure questa soluzione non è affatto scolpita sulla pietra. E proprio le ultime amministrative testimoniano il contrario. A Trapani, difatti, ha votato un quarto del corpo elettorale; ma l'elezione è nulla, perché una legge siciliana (n. 7 del 1992) prescrive un quorum di votanti per la validità delle elezioni, quando al ballottaggio si presenti un solo candidato. Succede, del resto, pure in Francia, giacché per conseguire il seggio al primo turno occorre che si rechino alle urne almeno un quarto degli elettori iscritti. Succedeva nella Repubblica di Weimar (e poi in Austria nel 1970), dove si guadagnava un seggio ogni 60 mila voti validi. Ed è successo anche in Italia: una legge del 1860 stabiliva la nullità delle consultazioni, se non avesse votato almeno un terzo del corpo elettorale.

Insomma, per affrontare il nuovo possiamo trarre qualche insegnamento dall'antico. Magari senza pretendere la ripetizione del voto (come accadeva in Francia nel 1919), ove gli astenuti surclassino i votanti: troppo pericoloso, rischieremmo di votare ogni domenica. Però se la partecipazione elettorale si dimezza, dovrebbero al contempo dimezzarsi la durata della legislatura, gli scranni nel Consiglio comunale o in Parlamento, i poteri degli eletti. Questione di coerenza, se non anche di decenza.

Michele Ainis

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