Abbiamo rimarcato le nostre ragioni in un articolo pubblicato sabato 24 giugno 2017 - VAI ALL'ARTICOLO -
Non vi nascondiamo la nostra sorpresa
quando un paio di giorni dopo abbiamo trovato su LA REPUBBLICA un articolo firmato da Michele Ainis - che sicuramente meglio di noi - usava però gli stessi argomenti e gli stessi esempi che avevamo usato per illustrare le nostre ragioni.
Se la
democrazia è disabitata
Alle
amministrative vince la destra, perde la sinistra. Sicuro? Nessun partito può
appuntarsi sul petto una medaglia, quando le liste civiche fanno la parte del
leone.
E NESSUN
sindaco ha di che festeggiare, se il suo municipio diventa una chiesa vuota di
fedeli. Perché è esattamente questo il responso delle urne: un'onda di rigetto
verso i partiti, verso i loro alfieri, che in ultimo s'esprime disertando il
voto.
Dovremmo preoccuparcene, dovrebbero farlo in primo luogo i signori di
partito, anziché contare le bandierine issate sull'uno o sull'altro campanile.
E in secondo luogo dovremmo offrire una risposta a questa protesta silenziosa.
Altrimenti lo sciopero del voto finirà per risucchiarci in una crisi terminale
della democrazia, come nel Saggio sulla lucidità di José Saramago.
D'altronde
l'allarme risuonava già nelle sigle presentate agli elettori: 3939, di cui però
2902 liste civiche. Sicché a Palermo Orlando vince al primo turno, dopo aver
imposto al Pd di rinunziare al proprio simbolo. A Belluno si sfidano due
esponenti della società civile, con i partiti nascosti dietro l'angolo. A Parma
successo d'un senzapartito (Pizzarotti). A Genova un politico di professione (Crivello)
s'arrende a un manager senza esperienze politiche (Bucci). E nella Toscana di
Renzi le liste civiche, già al primo turno, hanno la meglio in 25 Comuni su 33.
Ma il
partito più grande è quello del non voto. All'alba della Repubblica, nel 1948,
votava il 92% del corpo elettorale; invece alle politiche del 2013 si contavano
11 milioni d'astenuti. Da allora in poi non abbiamo più smesso di contare.
Europee del 2014: affluenza al 58%, in calo di 8 punti rispetto alle
consultazioni precedenti. Regionali del 2015: 52% di votanti, ma sotto la metà
degli elettori in Toscana e nelle Marche. Infine queste comunali, dove la
partecipazione complessiva si è arrestata al 46%. Un record negativo, al cui
interno s'affollano altri record, altri numeri in rosso. Così, il nuovo sindaco
di Genova (42% di votanti) ha ricevuto 115 mila suffragi: non lo hanno scelto,
dunque, più di tre elettori su quattro. Idem a Verona, con le stesse
percentuali. A Como il candidato vincente rappresenta il 18% del corpo
elettorale. A Taranto ancora di meno: affluenza al 32%, per il nuovo sindaco
appena il 16% dei consensi. Tombola.
Chi
rappresenta cosa, ecco il problema. E quanto sia legittima una democrazia
disabitata, dove qualsiasi maggioranza esprime ormai una minoranza. Giacché i
sistemi democratici si fondano, per l'appunto, sulla regola di maggioranza:
contano le teste, invece di tagliarle. Ma gli astenuti no, quelli non si
contano, nemmeno se rappresentano la maggioranza del corpo elettorale. È un
paradosso, dato che perfino un'assemblea di condominio deve raggiungere il
numero legale (la metà più una delle quote) per eleggere l'amministratore. Ed è
un errore, perché lascia gli astenuti fuori dalla cittadella democratica,
invece d'ascoltarli, di recuperarli.
Eppure
questa soluzione non è affatto scolpita sulla pietra. E proprio le ultime
amministrative testimoniano il contrario. A Trapani, difatti, ha votato un
quarto del corpo elettorale; ma l'elezione è nulla, perché una legge siciliana
(n. 7 del 1992) prescrive un quorum di votanti per la validità delle elezioni,
quando al ballottaggio si presenti un solo candidato. Succede, del resto, pure
in Francia, giacché per conseguire il seggio al primo turno occorre che si
rechino alle urne almeno un quarto degli elettori iscritti. Succedeva nella
Repubblica di Weimar (e poi in Austria nel 1970), dove si guadagnava un seggio
ogni 60 mila voti validi. Ed è successo anche in Italia: una legge del 1860
stabiliva la nullità delle consultazioni, se non avesse votato almeno un terzo
del corpo elettorale.
Insomma,
per affrontare il nuovo possiamo trarre qualche insegnamento dall'antico.
Magari senza pretendere la ripetizione del voto (come accadeva in Francia nel
1919), ove gli astenuti surclassino i votanti: troppo pericoloso, rischieremmo
di votare ogni domenica. Però se la partecipazione elettorale si dimezza,
dovrebbero al contempo dimezzarsi la durata della legislatura, gli scranni nel
Consiglio comunale o in Parlamento, i poteri degli eletti. Questione di
coerenza, se non anche di decenza.
Michele Ainis



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