Pensiamo di fare un piccolo favore ai nostri lettori segnalando nel bene e nel male le apparizioni di Trieste sulla stampa nazionale. E' un servizio che facciamo ai nostri lettori e di conseguenza alle testate che si occupano di Trieste nei loro articoli e in particolare sulle loro versioni on-line.
Illy: "Siamo la prima marca estera nel caffè in Usa
Starbucks in Italia? Uno scambio di cortesie"
Le strategie del gruppo triestino spiegate dal presidente
Andrea Illy di ritorno dalla California dove ha appena inaugurato altri due
nuovi monomarca, portando a 24 il totale dei negozi esclusivi negli Stati Uniti
Vito de Ceglia
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Sono giorni intensi, per il numero uno di Illycaffè, che
si accinge ad approvare il bilancio 2016 con un fatturato consolidato di 460
milioni, in crescita del 5,3% rispetto al 2015, quando il bilancio era stato
chiuso con 437 milioni di ricavi, ebitda a +7% e una posizione finanziaria
netta di 115 milioni (e 1,73 di rapporto debito/ebitda). «È la prova provata di
una strategia di espansione autofinanziata», puntualizza con un pizzico di
orgoglio certificando la forza di un brand diffuso a livello globale con 236
store e negozi a marchio disseminati in 43 Paesi e con 7 milioni di tazzine di
caffè con miscela al 100% Arabica, la qualità più pregiata, servite ogni anno
in 140 Paesi, nei migliori bar, ristoranti e alberghi e nelle case di mezzo
mondo.
Da una sponda all'altra del Pacifico continua il piano di
espansione dell'azienda, l'ammiraglia della holding di famiglia presieduta dal
fratello Riccardo. Piano che si muove in tutte le direzioni: dal B2B (canale
Horeca, segmento premium), il suo core business, al retail, all'eCommerce fino
al canale diretto ai consumatori B2C con stores ispirati alla tradizione del
bar all'italiana e negozi monomarca che invece propongono un'esperienza di
shopping attraverso la vendita dell'intera gamma dei prodotti di casa, inclusi
i sistemi porzionati e le capsule che al momento hanno i tassi di crescita più
elevati nel mercato del caffè.
La strategia, dopo un periodo di transizione, ora inizia
a prendere forma. Tutto è partito due anni fa con la decisione della holding di
riorganizzare in toto la governance societaria per aiutare l'azienda a crescere
ancora di più. Illy la definisce una "scelta di metodo", quella che
ha portato per la prima volta un manager esterno al timone del gioiello di
famiglia. Una strategia diversa rispetto a quella dei concorrenti che hanno
intrapreso invece la strada del gigantismo innescata da Nespresso-Nescafé, e
seguita da Jacobs Douwe Egberts con un gruppo da 7 miliardi di dollari, da
Lavazza con l'acquisizione della francese Carte Noire e Segafredo Zanetti con
la quotazione a Piazza Affari. «Tutti sono ancora in campagna acquisti, chi si
sente preda e chi predatore. Noi, invece, restiamo indipendenti», taglia corto.
Anche l'ingresso in Borsa resta un'opzione remota, al
momento. «L'abbiamo sempre vista come un mezzo, e non come un fine. Pertanto,
se dovessimo capire fra un paio di anni che le nostre potenzialità di crescita
necessitano di capitali freschi, allora potremmo prendere in considerazione
questa ipotesi», puntualizza. Intanto, l'azienda prosegue la sua espansione all'estero
dove realizza il 64% del giro di affari. In primis, negli Stati Uniti: il
mercato, dopo l'Italia, più importante e il più performante in assoluto nel
2016, grazie a partnership realizzate con alcuni operatori chiave come la
compagnia aerea United Airlines, di cui il Illy è diventato il caffè ufficiale.
«Un'operazione che ci ha permesso di entrare in contatto con 100 milioni di
passeggeri all'anno», sottolinea il presidente.
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